MILANO È WINE-FRIENDLY?

MILANO È WINE-FRIENDLY?

Un articolo uscito qualche settimana fa su Repubblica titolava in maniera provocatoria: “Milano non beve più: è la città meno wine-friendly d’Italia”.

Il testo da un lato cita i dati raccolti in uno studio di MCO report e dall’altro propone un corteo di ristoratori meneghini indignati per come la loro città è stata presentata.

Densità di locali per abitante, prezzo medio delle bottiglie e rating ponderato delle insegne. L’eccellenza non manca, ma forse alcune sezioni lungo la filiera milanese del vino sono state trascurate.

A performare meglio in questo studio sono state invece città piccole e adiacenti a importanti zone di produzione. Ma ha davvero senso paragonare Milano a comuni come Asti, Siena o Cuneo?

Alessandro Longhin è attivo nel food and beverage milanese da oltre dieci anni; Champagne Socialist, Chihuahua Tacos e Ultramarino sono solo alcune delle realtà che ha contribuito a fondare. L’abbiamo raggiunto per chiedergli cosa pensasse di questo articolo.

“Rispetto a Milano un posto come Siena ha almeno due vantaggi sostanziali: costi più bassi e un’utenza educata al consumo di vino. Potrebbe essere controintuitivo, e spero di non venire frainteso, credo però che prezzi alti e ruolo della città siano connessi in maniera funzionale nel mondo del vino milanese.

Milano per estensione non è una metropoli europea. Eppure se osserviamo il suo ruolo nella costruzione dell’identità metropolitana italiana la sua dimensione cresce all’istante. Tendenze, linguaggi nuovi e intuizioni partono da qua. Dobbiamo sempre tenere in considerazione anche questo aspetto.”

Insomma, se vogliamo parlare di Milano dobbiamo parlare della sua capacità di fare tendenza a 360 gradi, anche nel vino.

Quello che è successo con il vino naturale offre un esempio su come si articola il peso della città lungo questa filiera e su come possiamo riconoscere in questo, sempre per citare il testo di Repubblica, un valore wine-friendly a Milano.

“Il vino è stato sotto una teca di cristallo per decenni. C’erano le grandi cantine, le grandi bottiglie e i sommelier con il frac. Il vino buono, fino ad appena quindici anni fa, era ingessato ed escludente.

Un po’ alla volta abbiamo provato approcci più immediati, più democratici e più funky. Il movimento dei vini naturali è stato questo: la riscoperta della figura dell’oste rispetto a quella del sommelier, le macerazioni sui bianchi, i rossi leggeri, le etichette colorate e tutto il resto.

Il movimento è nato all’estero, ma la città che in Italia ha saputo recepire tutto questo con reattività è stata Milano. E oggi non esiste locale italiano che non dedichi almeno una parte della sua carta dei vini ai naturali.

Il risultato? Nel 2025 puoi parlare con ventenni che riconoscono un’ossidazione e che sono capaci di apprezzare diversi terroir. Possiamo girarla quanto vogliamo ma questa è cultura ed è qui che vorrei attaccare il discorso del prezzo.

Il prezzo crea una barriera, questo è vero, eppure penso che il prezzo registri anche il diverso valore che il contesto metropolitano può conferire all’esperienza di consumo. Non sono sicuro che se il prezzo del vino fosse più accessibile Milano sarebbe altrettanto capace di creare tendenza verso il resto del paese.

Non è un discorso immediato e bisogna sforzarsi di guardare lo scenario dall’alto, però credo che la città, al di là delle lamentele, continui a svolgere un ruolo chiave nel presente del vino in questo paese.”

Potremmo definire Milano una città ispirazionale. Per dimensioni non è una metropoli, tuttavia in Italia adempie alla stessa funzione strategica che hanno Parigi per la Francia e Londra per l’Inghilterra. Se nel futuro potrà o meno continuare a svolgere questo suo compito dipenderà da una serie di altri fattori, primo tra tutti la volontà politica.

“Oggi parliamo di vino ma un’enoteca o un bar non sono altro che uno dei tanti tasselli che compongono il tessuto sociale urbano. Il ruolo della città nel sistema paese l’abbiamo definito, ora dobbiamo prestare attenzione a mantenere questa sua capacità. Come? Mantenendo vitale la città, tutelando i quartieri e le attività commerciali che compongono questi.

Servono politiche urbanistiche e abitative efficaci, serve tutela delle identità locali e serve visione. All’estero città come Parigi e Barcellona hanno già preso posizione contro gli approcci più speculativi del presente. Auspicherei la stessa attenzione anche da parte della nostra politica.”