L’ITALIA BEVE MOLTA PIÙ TEQUILA (BUONA) DEGLI ALTRI PAESI
L’andamento registrato negli ultimi anni continua nella medesima direzione: in Italia beviamo meno e meglio. Abbiamo osservato la gemmazione delle soluzioni analcoliche, il drastico calo nell’uso dello zucchero in miscelazione e la “premiumizzazione” di molte categorie di prodotti; rimaniamo su quest’ultimo aspetto.
Per anni la tequila è stata sinonimo di shot a fine serata: limone, sale e poche domande. Un distillato più legato all’eccesso che alla qualità, lontano anni luce da una cultura del bere consapevole. Oggi lo scenario sembra però cambiato e i numeri raccontano una storia diversa: la tequila in Italia sta vivendo una seconda vita, più adulta e più informata.
Nel 2025 l’import di tequila in Italia è cresciuto del 2,03% rispetto all’anno precedente, superando i 3,5 milioni di litri, secondo i dati del Consejo Regulador del Tequila (CRT). Una crescita moderata nei volumi, ma significativa se si guarda alla composizione del mercato: l’85% del totale importato è tequila 100% agave, pari a circa tre milioni di litri, mentre solo il restante 15% riguarda prodotti distillati anche da altri zuccheri, i cosiddetti “mixtos”, generalmente destinati alla miscelazione.
Nel ranking mondiale dei paesi importatori, l’Italia si colloca oggi all’ottavo posto, dietro gli Stati Uniti (oltre 320 milioni di litri), seguiti da Spagna, Germania, Canada, Regno Unito, Colombia e Francia. Ma è proprio qui che emerge un dato interessante: l’Italia è il paese che in proporzione importa la più alta percentuale di tequila di alta gamma. L’85% italiano supera persino gli Stati Uniti (75%) e distanzia nettamente mercati come Regno Unito, Australia, Canada e Giappone, dove la tequila resta prevalentemente un prodotto da cocktail.
Lo schema sembrerebbe quello già visto con gin, rum agricolo e, più di recente, con il mezcal. Si inizia con la diffusione “facile”, cui segue una fase di curiosità diffusa, per arrivare infine alla ricerca di prodotti autentici.
Nel mondo bar italiano la tequila smette di essere solo il simulacro di margarita o paloma e conquista spazio nelle bottigliere come distillato da degustazione. Temi che fino a pochi anni fa sembravano lontanissimi dall’immaginario di questo prodotto oggi sono entrati nel dibattito di settore e, da entrambi i lati dei banconi, si discute di varietà di agave, tecniche di cottura, terroir e sostenibilità agricola.
A trainare il fenomeno sono bartender sempre più preparati, un’horeca attenta alle tendenze internazionali e un consumatore che ha imparato a riconoscere il valore della qualità, anche a fronte di un prezzo più alto. In questo contesto la tequila premium intercetta un pubblico trasversale composto da appassionati di distillati, wine lover curiosi e una nuova generazione che beve meno, ma beve meglio.
In un Paese storicamente legato a vino, vermouth e amari, la tequila di qualità sta costruendo una propria credibilità culturale per affrancarsi dagli shot estemporanei e diventare una scelta di consumo consapevole. E l’Italia, questa volta, sembra aver intuito il potenziale di questo prodotto prima di molti altri paesi.