FORSE ABBIAMO TROVATO IL TESTO FONDAMENTALE PER COMPRENDERE L’APERITIVO ITALIANO
La dolce vita, almeno nella mente di una persona che non ha mai guidato per Roma o cercato casa a Milano, è un fatto italiano, reale e diffuso in maniera omogenea.
Tra le molte forme di soft power che l’Italia è capace di esercitare nel resto del mondo, e che insieme compongono l’immagine idilliaca del Belpaese, la cultura della tavola è una delle più incisive.
Di più, se fino a vent’anni fa il piatto di amatriciana era il graditissimo, e forse inaspettato, intramezzo tra una visita ai Musei Vaticani e un pomeriggio a Trastevere; oggi sembrerebbe quasi di poter osservare un’inversione del paradigma: la gastronomizzazione del passaggio (e del paesaggio) italiano. Cibo e bevande sono diventati il fulcro del turismo diretto verso importanti capoluoghi italiani; Napoli e Bologna sono esempi incontrovertibili di questo fenomeno.
Eppure cogliere cambiamenti di questa portata mentre avvengono non è semplice; serve una rete di coordinate comuni, un centro di gravità permanente: serve la storia, servono documenti, testi, foto e personaggi.
Vorremmo collocare “Aperitivo“, l’ultimo libro pubblicato da Italiasquisita in questa cornice; come fosse uno strumentario utile per riconoscere un momento diventato fondamentale nell’immaginario che noi italiani abbiamo di noi stessi e che, volenti o nolenti, trasmettiamo agli altri. Perché se è vero che l’immagine della tavola domenicale imbandita ormai rappresenta l’italianità forse più del Rinascimento Fiorentino o dell’alta moda, è altrettanto vero che il momento della bevuta prima di cena, in strada o in piazza, con qualcosa “da stuzzicare” tra il primo e il secondo bicchiere ha raggiunto lo stesso rango. La dolce vita è anche l’aperitivo.
Il libro parte mostrando come il processo storico che ha costruito l’aperitivo così come lo conosciamo oggi sia il frutto di una serie di incastri dove tendenze ed elementi provenienti da mondi lontani tra loro hanno trovato equilibrio. Mode cittadine e caffè del Nord Italia di fine ottocento, prassi di bevuta dei lavoratori al termine della giornata prima di rincasare per cena, industrializzazione, cultura vinicola nazionale, mixologia di lingua anglosassone sono solo alcuni degli spigoli che hanno costituito il prisma originario di cui oggi continuiamo a osservare la luce riflessa.
Specifica attenzione viene riservata al bitter e al vermuth, individuati come elementi fondanti la bevuta d’aperitivo. Paragrafi ad hoc ospitano la descrizione delle principali famiglie di cocktail da bere al tramonto (o prima di pranzo). Americano family, liquori aperitivi, prosecco cocktail, vermuth cocktail e qualche extra. Non una semplice descrizione di ricette ma storie corredate da indirizzi di locali dove bere oggi le versioni più autentiche di questi drink e bartender di riferimento.
Una sezione a parte è dedicata al cibo di accompagnamento, non è infatti aperitivo se non si mangia qualcosa, fossero anche delle patatine fritte. Qui si parla di cucina ottocentesca, della differenza tra l’aperitivo e l’antipasto (che non vanno mai confusi!) e di come i diversi regionalismi del territorio si siano fusi tra loro fino a comporre un amalgama che viaggia dalle Alpi alle isole portando ovunque con se tramezzini veneziani, salumi del centro Italia, olive siciliane, taralli pugliesi e tanto altro in un’armonia per nulla scontata.
“Aperitivo”, 384 pagine con più di 100 ricette di cuochi e bartender. A noi è sembrato un bel libro.