SOTTO IL MONTE CALISIO

Oggi una cantina non è più solo un luogo di produzione. Sempre più spesso diventa qualcosa di ibrido: un progetto culturale, un luogo che ridefinisce un paesaggio. Una cantina può diventare uno strumento di racconto prima ancora di quanto già non lo siano i suoi vini.

Questa tendenza ha interessato molte regioni italiane del vino, ma in Trentino trova ora una delle sue espressioni più interessanti: Moncalisse, una cantina che sembra nascere dalla montagna anziché poggiarcisi sopra.

Siamo sulle pendici del Monte Calisio, a circa seicento metri di quota, circondati da dodici ettari di Chardonnay e Pinot Nero destinati alla produzione di Trentodoc. È qui che Julia e Karoline Walch hanno deciso di dare vita a un progetto autonomo rispetto alla storica azienda di famiglia, Elena Walch, concentrando ogni scelta, dalla vigna alla sua architettura, attorno un’idea personale di spumante Metodo Classico.

La prima impressione è che la cantina non voglia imporsi sul paesaggio, si rivela infatti poco alla volta tra i filari, con delicatezza. Firmata dagli architetti David Stuflesser e Nadia Moroder, è in gran parte interrata e lascia emergere soltanto volumi morbidi, superfici bianche e linee circolari che seguono l’andamento naturale del terreno. Una soluzione che, diventando un preciso linguaggio architettonico, risponde tuttavia a un’esigenza tecnica: sfruttare la stabilità termica del sottosuolo per l’affinamento delle bottiglie.

L’edificio prende infatti ispirazione dalle Coppelle, antiche incisioni rupestri risalenti all’Età del Bronzo e del Ferro ancora visibili all’interno della proprietà. Segni essenziali, scavati nella pietra migliaia di anni fa, che hanno suggerito la geometria della cantina e persino il logo del marchio, ricavato dalla pianta dell’edificio vista dall’alto. Il risultato è un’architettura contemporanea che evita eccessi fini a sé stessi, preferendo invece costruire un legame con la storia del luogo.

Anche gli spazi interni seguono la stessa logica. La cantina è stata progettata intorno ai tempi del Metodo Classico: ambienti dedicati all’affinamento, percorsi essenziali, una struttura pensata prima di tutto per accompagnare l’evoluzione del vino. Accanto all’area produttiva trovano posto anche un bistrot e un’enoteca, senza però trasformare il complesso in un semplice contenitore per l’enoturismo. La produzione resta il centro del progetto.

Moncalisse debutta con due sole etichette, entrambe Trentodoc Riserva, frutto di lunghi affinamenti sui lieviti e di una lettura molto precisa delle parcelle aziendali. Citiamo il Montis Arcentarie, un Blanc de Blancs prodotto da una parcella nobile di vecchie piante di Chardonnay affinato 80 mesi sui lieviti.

Più che ampliare rapidamente il catalogo, l’obiettivo sembra essere quello di costruire un’identità riconoscibile, lasciando che siano il tempo e il vigneto a definire il carattere dei vini.

In un momento in cui molte cantine affidano all’architettura il compito di sorprendere, Moncalisse sceglie una strada diversa. L’edificio non cerca il gesto spettacolare, ma prova a diventare parte del terroir esattamente come il suolo, l’altitudine o il microclima. Una scelta che rende la cantina qualcosa di più di un luogo dove si produce vino: un’estensione del paesaggio capace di renderlo leggibile, senza mai sovrastarlo.