NUOVA DENOMINAZIONE PER UNA VECCHIA AMBIZIONE DELL’OLTREPÒ PAVESE
L’Oltrepò Pavese è stata per anni una zona dove il metodo classico “accadeva” soltanto. Tanto Pinot Nero, tante bottiglie e risultati solidi (a volte eccellenti). Eppure nessuno che riuscisse mai davvero a costruire un sistema; vini buoni ma incapaci di raccontarsi come categoria unitaria. Oggi la parola Classese vorrebbe rimettere ordine a questo: ecco la nuova denominazione, che poi tanto nuova non è, pensata per identificare in modo chiaro gli spumanti metodo classico DOCG dell’Oltrepò Pavese.
Stabiliamo un punto di partenza: nella zona si prepara metodo classico da decenni, e spesso la profondità tecnica che si raggiunge non ha nulla da invidiare ai risultati delle aree di produzione più celebrate. Le prime tracce di spumanti blanc de noir nella regione risalgono al Risorgimento e il nome Classese era già stato utilizzato come menzione specifica da un’associazione di dodici produttori nel 1984.
Tuttavia, al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori, la percezione resta confusa. Colpa di una DOC ampia, di stili eterogenei e di un nome che non aiuta a capire cosa ci sia davvero dentro la bottiglia (nella denominazione Oltrepò Pavese possono infatti rientrare vini bianchi, rossi, rosati, fermi o frizzanti).
Classese nasce per rispondere a questo corto circuito. Non è solo una questione di etichette, è un tentativo di concentrazione semantica: una crasi tra metodo classico e Oltrepò Pavese. Fine. Leggendo Classese il consumatore saprà cosa aspettarsi: uno spumante metodo classico prodotto con almeno l’85% di Pinot Nero e un affinamento non inferiore a 24 mesi.
Dal punto di vista tecnico e commerciale, il potenziale è evidente. Una denominazione dedicata permette di alzare l’asticella e selezionare all’interno della produzione. Costringe i vignaioli a fare delle scelte in vigna e in cantina. Posiziona l’Oltrepò Pavese su un nuovo piano, non più in competizione mimetica con Franciacorta o Trentodoc, ma come un territorio con una propria grammatica, fondata sul Pinot Nero e su un rapporto autentico con la spumantizzazione.
Un nome nuovo però non crea di per sé un nuovo valore e per evitare che l’operazione si riduca alla mera estetica servirà una visione condivisa tra i produttori coinvolti che non si limiti alla volontà di vendere qualche bottiglia in più.
La vera posta in gioco potrebbe essere culturale. Il classese può diventare l’occasione per l’Oltrepò Pavese di smettere di essere “quello che potrebbe” e iniziare a essere “quello che è”. Meno rumore, più precisione. Meno promesse, più sostanza.
Non resta che aspettare il responso positivo da parte del Ministero per concludere l’iter normativo della DOCG. Chissà che per il capodanno 2026 non si possano già stappare le prime bottiglie di Classese.