NIENTE DENOMINAZIONE “GIN” PER I PRODOTTI NO/LOW

NIENTE DENOMINAZIONE “GIN” PER I PRODOTTI NO/LOW

È notizia dello scorso dicembre: la Corte di Giustizia dell’Unione Europea stabilisce che il termine “Gin” non potrà più essere utilizzato nell’etichettatura di bevande analcoliche.

La decisione arriva su ricorso ai giudici di Brusseles da parte di un tribunale tedesco, dopo che un’associazione per la concorrenza tedesca ha citato in giudizio la PB Vi Goods, azienda produttrice del “Virgin Gin Alkoholfrei“. I giudici europei chiariscono senza troppi giri di parole che una bevanda per potersi chiamare “gin” deve avere, tra le altre cose, almeno il 37,5% di volume alcolico, non basta che la bottiglia dica esplicitamente “senza alcol”.

La motivazione riportata dalla corte è la stessa che si sente tutte le volte che viene vietato l’utilizzo di termini come “burger” al prodotto vegetale di turno: tutelare i consumatori da possibili confusioni e proteggere i produttori tradizionali dal rischio di concorrenza sleale.

La domanda di prodotti no/low, sia su scala nazionale che globale, non accenna a mostrare flessioni negative rilevanti e il trend di crescita continua. A questo punto, come possiamo interpretare la pronuncia dei giudici?

Quello che potrebbe sembrare un colpo alla categoria, cambiando prospettiva, potrebbe risolversi in un’occasione per la stessa: il mondo no/low ha davvero bisogno di continuare a mostrarsi come il riflesso analcolico di qualcosa che già esiste? Vino dealcolato, gin 0.0, birra analcolica ecc… cosa sono davvero gli spiriti analcolici? Perché se una bevanda senza alcol non può chiamarsi gin, forse la colpa non è della normativa ma di come abbiamo pensato finora questo segmento.

Una bevanda analcolica non deve per forza essere un surrogato; e se è vero che questa può ricercare (e avere) un linguaggio proprio, allora perché non potrebbe avere anche un nome inedito? Un nome senza nostalgie e che non richiami a qualche paragone. Un nome capace di raccontare queste bevande per quello che sono: bevute complesse, sensoriali e botaniche. Bevute che esprimono un ecosistema maturo e progettate per piacere per quello che sono, non per quello che ricordano.

La normativa non è un limite quanto piuttosto un confine da cui partire per ridefinire categorie, linguaggi ed esperienze. Forse il “gin analcolico” non doveva chiamarsi “gin” e forse potrebbe essere arrivata l’occasione per scrivere una nuova grammatica per questi spirits.