Tra storia e leggenda, la data è certa: 1773. Il commerciante inglese John Woodhouse scopre il vino di Marsala, localmente detto “perpetuum” e inizia l’esportazione verso il regno unito e tutte le colonie. Il successo è tale da fare esplodere la produzione e le vendite globali. Ma 250 anni dopo cosa rimane?
Definito vino liquoroso, ottenuto da vino di uve autoctone con l’aggiunta di alcol, poi invecchiato in rovere; si produce da disciplinare tra il trapanese e l’omonima città: conciato con mistella e mosto perde la sua identità di Vergine o Soleras per diventare Superiore oppure Fine. Dopo una lunga e costante ascesa, dalla seconda guerra mondiale in poi il declino. Le ciclopiche cantine ancora sono li, alcune persino funzionanti, tra i vicoli del centro storico qualche bottiglia si intravede; qualche produttore indomito non si arrende, ma la verità è che la leggenda è ridotta al lumicino.
Da un lato il gusto mondiale è cambiato.
La tecnica dell’ossidazione e della fortificazione con acquavite era l’unico modo per preservare il vino nei lunghi viaggi per mare. Si beveva così un tempo: ne sono prova i vini di Jerez, di Madeira, di Porto e così fu per Marsala. Ma con la modernità i vini da pasto iniziarono ad essere più freschi e fruttati, cambiando per sempre il gusto del bere a tavola.
A questo si deve aggiungere una sfortunata storia commerciale: se gli illustri cugini spagnoli e portoghesi hanno tenuto duro su tipicità e promozione, salvandosi un posticino nella nicchia, a Marsala nulla sono valsi gli sforzi della denominazione di tutela DOC datata 1969. Un disciplinare troppo articolato e poca tutela non hanno evitato imitazioni e mistificazioni di ogni genere: si produce probabilmente più “marsala wine” in California che in Sicilia e se ne usa più per uso alimentare-conserviero che per consumo in bottiglia.
Eppure, qualcosa si muove e nella biblica linea temporale del vino non è mai troppo tardi. Sebbene siano estinte le cantine dei primi produttori inglesi Woodhouse, Ingham e Witaker, rimane tutt’oggi in vita la storica Florio, fondata dall’omonima famiglia la cui straordinaria epopea siciliana è stata immortalata dalla recente serie TV “i leoni di Sicilia”. Vive e vitali anche altre cantine con solide origini familiari tra cui Pellegrino, Intorcia, Curatolo Arini, Alagna, De Bartoli, Martinez.
il Consorzio di tutela (https://www.consorziovinomarsala.it/) torna in vita l’11 novembre 2022, con una ricompattata base sociale e con chiari propositi di riqualificazione insieme ai produttori illuminati che non si sono mai arresi, ma soprattutto, un bicchiere di vero Marsala, specie se “vergine” (quindi non addizionato di conciature come mosto cotto e mistella) ancora oggi rimane una vera delizia; con il suo spettro gusto-olfattivo inconfondibile, ampio e profondissimo, capace di abbinamenti arditi con cibi di ogni genere, rimane una delle esperienze gastronomiche più chic in circolazione. Come aperitivo, in abbinamento a un foie gras o con il coquillage, su un piatto di carne a lunga cottura o da provare con la tendenza dolcissima dei crostacei mediterranei, per finire con un corredo di formaggi a stagionature importanti e persino erborinati: non si torna più indietro.
La mixology non è da meno, il Marsala si sostituisce ai vermuth tra ricette classiche e nuove interpretazioni, tra note ossidate, mature e molto “vintage” che lo rendo ingrediente ideale con distillati corposi e dolci, bitter, ingredienti speziati e persino cioccolato. Un viaggio, multi sensoriale indietro nel tempo o forse nel futuro. E’ la magia del vino, che a Marsala profuma sempre di mare.