IL SOFT POWER DEI BAR ITALIANI ALL’ESTERO ATTRAVERSO UN VECCHIO FILM DI STANLEY TUCCI

ESPRESSO, APERITIVI E IDENTITÀ: IL SOFT POWER DEI BAR ITALIANI ALL’ESTERO ATTRAVERSO UN VECCHIO FILM DI STANLEY TUCCI

Big Night è una commedia drammatica del 1996 diretta e interpretata da un giovane Stanley Tucci. Ambientato a metà anni ’50, Big Night racconta la storia di due fratelli italiani arrivati negli States da pochi anni e del loro ristorante di cucina italiana “Paradise” dove entrambi lavorano.

Primo, interpretato da Tony Shalhoub, è il fratello maggiore; è il cuoco del ristorante e non vuole piegarsi ai gusti della clientela locale: niente meatballs with pasta e niente parmesan on seafood risotto. Secondo, il fratello minore interpretato da Tucci, sta in sala, si occupa dei conti ed è preoccupato per il futuro della loro attività che non riesce a ingranare.

La storia gira tutta introno ai preparativi di una grande serata organizzata per rilanciare il locale. Organizzano un menu delle grandi occasioni, invitano un ospite famoso del jet set, fotografi e giornalisti. La pellicola, almeno per gli appassionati di “food film“, è un titolo fondamentale da recuperare.

A rapire la nostra attenzione è stato però un dettaglio in una scena transitoria: prima della cena tanto attesa i protagonisti si prendono un momento per bere un espresso sul bancone del bar del ristorante. È la quiete prima della tempesta.

Per qualche istante la bottigliera preparata dalla scenografa Thérèse DePrez diventa lo sfondo e possiamo distinguere alcune bottiglie. Ecco rappresentato, nel 1996, il bar di un ristorante italiano degli anni 50 nel New Jersey.

Questo testo non vuole dimostrare nessuna tesi né vorrebbe dirvi come dovreste percepire l’immagine del bar del Paradise. Vorremmo però che da questo frame potessero partire delle riflessioni libere intorno ad un tema che merita sempre attenzione: cosa pensiamo di sapere del modo in cui l’italianità (in questo caso un bar) viene percepita da fuori? Siamo percepiti come macchiette o siamo noi a percepirci in maniera macchiettistica? Oggi questa percezione è cambiata rispetto al ‘96?

Una bottiglia di Campari e una di Caffè Sport (antenato del Caffè Borghetti prima dell’acquisizione del marchio da parte del gruppo Fratelli Branca). La bottiglia in alto, quella davanti allo specchio, è una bottiglia “ad anfora” di Verdicchio dei Castelli di Jesi della cantina Fazi Battaglia, ideatori del design di questa bottiglia storica nel 1954, una storia di branding efficace e di fondamentale impatto nella diffusione internazionale del vitigno marchigiano.

Ancora possiamo trovare una bottiglia del vermuth triestino Stock e distinguere la scritta dell’adesivo rosso sopra la sua etichetta: “Imported from Italy”. Intorno a complemento stanno altre bottiglie di liquori e distillati che non hanno nulla a che fare con l’Italia.

Insomma, nel 1996, il bar di un normale ristorante italo-americano degli anni ’50 veniva immaginato così. Seduti a quel bancone, se avessimo scelto prodotti Made in Italy, avremmo potuto bere un aperitivo a base di Campari e vermuth, un liquore al caffè o stappato una bottiglia di vino.

Oggi come viene immaginata la cultura italiana del bar all’estero? E come verrebbe rappresentata? Possiamo ancora trovare lo stesso spirito in una caffetteria hipster di Brooklyn che prepara flat white?