FETCHERS 3: ATTENTI AL CANE (DI GUERRA)

FETCHERS 3: ATTENTI AL CANE (DI GUERRA)

In questa pagina non si parla abbastanza di birra, rimediamo. Fetchers è la rubrica dove solitamente presentiamo cose ancora silenziose, emergenti; non è questo il caso.

Cane di Guerra è una realtà nata ad Alessandria più di dieci anni fa e diventata un importante punto di riferimento per la birra artigianale in Italia. Diego Bocchio e Alessio Gatti, due dei quattro soci fondatori del progetto (rispettivamente il marketing e il mastro birraio), ci hanno raccontato il loro birrificio.

“Ci siamo conosciuti nel 2006 un po’ per caso, grazie a un amico comune”, racconta Diego, “chiacchierando abbiamo scoperto che il mondo della birra artigianale interessava a entrambi. Poi un buco, nessun contatto fino al 2012. Nel frattempo io avevo finito il mio percorso di studi in economia e avevo iniziato a lavorare nell’export di prodotti alimentari italiani verso l’estero. Alessio invece aveva continuato a lavorare con le fermentazioni accumulando esperienza in alcuni dei birrifici più importanti d’Italia come Bruton, Birra del Borgo, Toccalmatto e Brewfist.

Era un periodo di grande fermento nel mondo della birra artigianale, erano gli anni di Mikkeller, la comunicazione di questi prodotti era spinta e io avevo iniziato a interessarmi del marketing di questo settore.

Ricordo le birre di Alessio di quegli anni; erano torbide, non filtrate, amare, alcoliche. Finimmo la serata bevendo barley wine calde, e mi addormentai sul divano di casa sua.”

Roberto Grassi e Vittorio Sacchi sono gli altri due soci fondatori. Il primo lavorava in una multinazionale dove si occupava di pianificazione della produzione e di logistica; il secondo, Vittorio, socio di capitale non operativo in azienda, è ingegnere edile e architetto, lui ha contribuito alla progettazione e costruzione del birrificio.

Il progetto parte nel 2014 e la prima cotta avviene nel febbraio 2015. Oggi Cane di Guerra è composto da una squadra di quindici persone, ha una taproom appoggiata al birrificio e una produzione stabile superiore ai 3000 ettolitri all’anno.

“Abbiamo da subito deciso che le nostre bottiglie si sarebbero chiamate con il nome dello stile della birra in questione.” Parla Alessio, il mastro birraio. “Dieci anni fa c’era moltissima sperimentazione e tutti facevano birre strane; infusioni, acidità estreme, grafiche vorticose. Molte di queste birre erano prodotti validi, sia chiaro, ma noi abbiamo sempre voluto produrre birre dalla beva semplice. Volevamo fare la birra che ti va a fine giornata. Quella che bevi anche la seconda e che rischi di far scappare pure la terza. Abbiamo scelto di essere didascalici e ortodossi.” Alessio ride.

Cane di Guerra produce 12 tipologie di birre regolari più alcune speciali durante l’anno. IPA, birre d’ispirazione mitteleuropea, 3 belghe e 3 anglosassoni. L’ortodossia di cui parla Alessio è schietta: ogni birra utilizza un lievito selezionato ad hoc e una birra di stile inglese deve essere fatta con cereali e luppoli inglesi. E così una belga, e così una tedesca.

Ortodossia significa grande ricerca a monte nella costruzione della ricetta e volontà di creare un prodotto stabile, costante e senza spigoli.

Cane di Guerra ha attraversato da protagonista buona parte degli anni in cui il movimento delle birre artigianali in Italia si è affermato; ci rivolgiamo a Diego e Alessio per avere un’idea del presente della birra in Italia.

“È complicato, l’ambiente craft italiano sta attraversando un momento di stagnazione, vedo abbondanza di offerta ma non mi sembra ci sia una domanda capace di sostenerla. Il tessuto produttivo del nostro settore è molto frammentato, avere centinaia di micro imprese porta a una criticità inevitabile: non c’è razionalizzazione dei processi. Una realtà piccola fa piccoli volumi e piccoli volumi non permettono investimenti nella produzione e abbattimento dei costi. In un contesto di questo tipo non è facile competere con alcune produzioni straniere, penso in primo luogo alla Germania.

Detto questo restiamo ottimisti, continuiamo a vedere un valore aggiunto nell’essere artigianali e siamo anche convinti che quello che stiamo attraversando sia un trend destinato a invertirsi. La birra è una bevanda fragile, subisce gli sbalzi di temperatura, l’ossidazione e gli spostamenti; un buon prodotto ha bisogno di molta cura. Per questo siamo convinti che l’approccio industriale non sia funzionale a quello che facciamo. Per questo scegliamo di essere artigiani.”