Ecco qualche birrificio di cui vale ancora la pena parlare
L’Italia non ha un’importante tradizione brassicola come altri paesi, eppure oggi i birrifici artigianali sul suolo nazionale si contano nell’ordine delle migliaia.
Il boom della birra artigianale è arrivato circa nel 2010. I micro birrifici spuntavano ovunque, dietro una saracinesca di Centocelle così come in una rimessa nascosta nella più piccola comunità montana dell’Appennino Calabrese. La domanda di prodotto sembrava insaziabile e le barriere all’ingresso di questo mercato apparivano semplici da scavalcare.
Oggi possiamo affermare senza rischi di smentita che questa crescita ha subito una battuta di arresto; proposte oltremodo audaci in termini di gusto, l’incapacità di molti birrifici di trovare un’identità forte e una visione di comparto sul prezzo forse troppo aggressiva sono alcuni dei fattori che hanno determinato questo stop. La birra, almeno in parte, ha stancato. Ma cosa dobbiamo aspettarci per il futuro di questo mondo?
Abbiamo chiesto ad Andrea Marzi, un operatore specializzato nel mondo brassicolo con vent’anni di esperienza nella distribuzione di bevande per l’horeca, di segnalarci alcune realtà che secondo lui si stanno muovendo bene nel presente di questa crisi tutta italiana.
“Oggi, se pensiamo al gusto, sono due gli stili che raccolgono la gran parte delle vendite nel paese: le lager di beva semplice e le luppolate (IPA, APA, ecc…); se invece dovessimo individuare le caratteristiche che accomunano molti dei birrifici che al momento si mostrano più in salute direi due cose: stabilità e territorio.
Con stabilità intendo meno rotazioni, meno tipologie e più garanzie sulla qualità delle singole partite. Chi banalmente è capace di rispettare degli standard viene premiato. Per territorio invece intendo la capacità di leggere il contesto fuori dai confini del prodotto in senso stretto. Non parlo di terroir di luppoli e cereali, ma del diventare un riferimento per la comunità che si ha intorno, di conoscerla e di imparare ad adattarsi a essa.
Realtà diventate veri punti di riferimento nelle rispettive zone sono per esempio: Birrificio Italiano, attivo in Lombardia dal 1996; Baladin, nati nell’86 nelle Langhe, un’azienda da sempre capace di leggere con rapidità il mercato (oggi sono tra i pochi a produrre birre analcoliche in Italia, forse l’unico segmento davvero in crescita in questo mondo); a Genova posso poi citare Busalla, nati nel 1999, menzione obbligatoria per Castagnasca, la loro lager ambrata alla castagna, buonissima.
Due realtà più giovani ma capaci di rispettare standard qualitativi davvero alti sono invece Alder, in Brianza, e Ca’ Del Brado, a Bologna, quest’ultima propone sperimentazioni interessantissime sulle acide.
Spesso la qualità da sola non basta più, siamo in una fase dove ogni dettaglio può diventare una leva tattica per rimanere in salute e crescere. Un aspetto da non sottovalutare per garantirsi un buon posizionamento in questo momento è anche l’attenzione alla parte grafica. Alcune lattine sono diventate delle vere icone nel settore: un esempio di questo può essere WAR (We Are Rising), micro birrificio agricolo di Cassina de’ Pecchi, nell’hinterland milanese.
Altro approccio interessante è quello seguito da Renton, una realtà di Fano, nelle Marche, che ha costruito un locale interno al birrificio, dove mangiare e bere le loro birre. Un impianto accogliente diventa una vetrina sui processi e permettere di far circolare molto prodotto se ben organizzato.”
Più che inseguire continuamente la prossima tendenza, la birra artigianale italiana sembra quindi chiamata a consolidare ciò che ha costruito: qualità costante, identità riconoscibili e un rapporto concreto con il territorio. In un mercato meno disposto a premiare la novità fine a sé stessa, la sfida sarà trasformare queste caratteristiche in valore duraturo.