Conversation at Bar 5 – Gin secchi, ritmi storti e Pioggia Rossa

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Può nascere, nella città più chiusa d’Italia, un’etichetta discografica che pur mantenendo un’identità genovese, sia scevra dal mantra di “pessimismo e fastidio” tipico degli abitanti della Superba e, nel contempo, voglia pubblicare dischi di artisti “faresti”? Èquesta la domanda a cui hanno risposto “si” Mattia Cominotto e Rachid Bouchabla quando hanno deciso di lanciare Pioggia Rossa Dischi, l’etichetta/non etichetta discografica con la quale hanno pubblicato musica di alcuni degli artisti più interessanti del panorama indie italiano contemporaneo. Al TUNA cantina e pescato, a pochi metri dal cuore della Genova più antica, incontriamo Rachid, batterista degli eroi cittadini Ex-Otago ed oggi anche co-pilota in questa avventura che vuole liberare gli artisti, soprattutto genovesi, dal giogo del più odioso degli antichi adagi: “Nemo propheta in patria sua”.

Cosa bevi Rachid?

Gin Tonic! Gin Tonic o Negroni, uno dei due, dipende da quanto sono stanco, da come è andata la giornata. Nelle giornate più faticose sono più da Negroni ma da bere così, su due piedi, allora sempre Gin Tonic, classico, con il limone, niente cetriolo. Preferisco sapori in linea con il Tanqueray o il Bombay, mi piacciono i sapori secchi, non troppo fruttati. Non ho una base fissa, mi piace cambiare nella vita, e quindi al bar mi piace bere lo stesso cocktail magari provando diverse combinazioni. L’unica cosa su cui sono irremovibile è la qualità della tonica.

 

Bevi mai prima di un concerto?

Quando devo suonare voglio salire sul palco il più sobrio possibile. Magari bevo giusto un bicchiere di vino a cena e un amaro dopo, di più non faccio. Durante il concerto bevo moltissima acqua ma appena scendo un Gin Tonic è la prima cosa che bevo.

 

In Italia sono poche le band di successo in cui a tutti i membri viene riconosciuto un contributo con un significato, non sei li solo per tenere il tempo. Come batterista riesci ad esprimerti nell’ambito degli Ex-Otago o hai bisogno di altri progetti per realizzarti?

Ho la fortuna di suonare in altri progetti e lavoro tanto per il Green Fog Studio di Genova dove, oltre a fare session come turnista, mi capita di produrre brani per altri artisti per quali magari alcune cose che ho in testa funzionano meglio che nella mia band. Negli Ex-Otago non serve fare troppo, è meglio essere melodici, seguire, riuscire a leggere ritmicamente quale sia l’accompagnamento più giusto. Mi piacciono molto i groove, portare il tempo in un determinato modo, con la ripetizione intesa come un continuo che da di più, l’andamento dinamico delle cose. Negli Ex-Otago, facendo brani pop, è difficile non essere invasivi nelle linee melodiche, riuscire ad avere il giusto spazio, dare importanza e carattere ad una batteria senza farla risultare troppo eccessiva.

 

Lo scorso agosto, all’improvviso, il mondo si è accorto di come Charlie Watts dei Rolling Stones fosse uno dei più grandi batteristi di tutti i tempi…

Lui era uno dei miei batteristi preferiti, con il suo sound riusciva ad accompagnare ritmicamente le canzoni degli Stones. Non ha fatto tanto rumore ma è stato capace di farsi sentire.

 

Cosa suoni quando non c’è nessuno a sentirti?

Mi diverto a fare ritmi storti, a farli quadrare. Sono affascinato dai poliritmi della scuola jazz UK di Yussef Dayes e Tom Misch. Fanno cose dal sound apparentemente molto semplice, molto crudo. Storta è la parola giusta. Ascoltandole quadrano ma se misurate non cadono dove batte il metronomo. Alcune sono più avanti, altre più indietro, chiudono sulla ripartenza.

 

Parliamo di Pioggia Rossa. Con Mattia Cominotto lavorate assieme anche al Green Fog Studio. Spiegami questa fissazione per i nomi che hanno a che fare con la meteorologia e i colori.

Ultimamente ho lavorato a tanti progetti nuovi, ancora embrionali, e dare un nome è una bella responsabilità. Penso sempre al giorno in cui magari avrò dei figli e dovrò dargli un nome, la cosa più caratterizzante per una persona. “Ciao, mi presento, sono Rachid. Ti ricorderai di me o no?” Per Pioggia Rossa abbiamo voluto immaginarci questa nuvola di nebbia verde da cui scende una pioggia rossa. Il filo rosso con i fenomeni atmosferici richiama quello dei rapporti umani, cose che accadono e se devono accadere accadranno. I sentimenti e la musica, come la pioggia, quando raggiungono una massa critica, fuoriescono da questo grandissimo nuvolone immaginario. I fenomeni atmosferici sono sempre conseguenze delle condizioni della natura, come la musica dei sentimenti dell’uomo. Il nome però è in italiano perché ci piaceva l’idea di portare avanti musica italiana con l’obiettivo, in futuro, di arrivare anche all’estero, pur rimanendo sempre Pioggia Rossa.

 

È un obiettivo o un’eventualità che accogliereste?

Per ora il nostro obiettivo è affermarsi come una realtà indipendente italiana, e genovese, che funzioni. È da un bel po’ che a Genova manca un’etichetta, indipendente o meno che sia. Non abbiamo generi, anche se sicuramente traspare che la nostra sia un’etichetta di rockettari. Siamo gente che suona, ci piacciono gli strumenti fisici, i distorsori… lo ammettiamo, e non è una cosa brutta (ride).

Il discorso che vorremmo portare avanti è fatto di autenticità nelle cose che produciamo. Siamo alla ricerca di un prodotto genuino, vero, sincero. Cerchiamo persone con qualcosa da dire e capaci di dirlo con belle parole, bei racconti, con melodie e armonie. Non abbiamo un genere, sarebbe limitante dire no ad una band che spacca solo perché non fa rock. Come si fa a dire no alle belle cose?

 

Tu e Mattia avete esperienze pesanti in due band – Meganoidi ed Ex-Otago – molto significative per la musica italiana degli ultimi vent’anni. Quanto del vostro vissuto musicale portate nel lavoro di produzione e pubblicazione di Pioggia Rossa?

Hai centrato il fuoco. Chiamiamolo così, presente e passato che vanno avanti. Mattia ha grande esperienza nello scrivere testi come pure in campo tecnico. Ha lavorato su tantissimi album per artisti genovesi che di livello nazionale come I Tre Allegri Ragazzi Morti o Vasco Brondi e altre realtà. Mentre produciamo un artista Mattia ha la capacità di mettere a fuoco le parole, io invece, venendo da arrangiamenti molto più moderni, riesco a trovare una chiave di lettura odierna, contemporanea. Unendo le nostre competenze riusciamo a generare un prodotto musicale funzionante, se proprio vogliamo usare la parola “prodotto”. Non abbiamo bisogno di mettere necessariamente la nostra firma però ci piacerebbe che col tempo Pioggia Rossa diventasse sinonimo di qualità, che è la cosa più difficile.

 

Quando un’etichetta raggiunge quello status vuol dire che hai svoltato…

Infatti è il nostro più grande obiettivo, meglio che andare in America con la musica, o in classifica. Iniziamo a fare qualità, i soldi poi quelli magari verranno… non sempre ci riusciamo, non sempre le cose che facciamo piacciono, però quella qualità la ritroviamo negli artisti che portiamo al pubblico tramite la label. Andiamo a cercare progetti interterritoriali, non ci fermiamo alla sola Genova. I Balto sono di Rimini, molto presenti sia nella scena di Rimini che di Bologna, hanno un vissuto fatto di underground e mondo universitario, e fanno parte di un movimento che per noi, in questo momento storico, ha un valore aggiunto. Fare qualità vuol dire anche essere parte dei movimenti che si creano nelle varie città, essere in sintonia con pubblico e artisti.

 

Il riconoscimento della critica è “meglio che andare in America con la musica”, anche perché chi, come i Måneskin, in America con la musica ci è andato per davvero, continua ad essere riconosciuto dai media italiani non tanto dal punto di vista artistico quanto quasi esclusivamente per quello sensazionalistico, come se per un artista pop italiano avere successo all’estero fosse qualcosa di artisticamente inaccessibile, come nel sistema delle caste indiane. Che ne pensi?

 

Non capisco proprio perché i Måneskin non vengano percepiti anche qui in Italia come una band internazionale. Che piaccia o meno lo sono, è così. Personalmente, mi definisco una persona ambiziosa, se raggiungo un obiettivo mi piace che sia riconosciuto, non lo nego. Sono dell’idea che i riconoscimenti col tempo arriveranno ma, purtroppo per me, sono la persona più impaziente del mondo. Per fortuna, avvicinandomi a Mauri, il cantante degli Ex-Otago, sto migliorando. Lui vive secondo le stagioni, fa il vino, l’uva. Devi avere una visione sul lungo periodo, tanta pazienza, e la consapevolezza del fatto che, se semini, devi aspettare. Esserci e esserci sempre, per tanto tempo, fare storia, è un’esperienza molto più forte dell’essere una meteora, spaccare tutto per due mesi e poi sparire per sempre. Èil più grande dei riconoscimenti. Se poi arrivano anche il consenso del pubblico, della critica, i dischi d’oro e tutto il resto allora, beh, sono tutte cose che fanno piacere. In questo momento però il mio obiettivo vero è essere una realtà che esiste, magari anche a livello nazionale. È il mio primo obiettivo, molto ambizioso.

 

Quindi non serve andare in America per essere realizzati…

Genova è sempre stata un incubatore d’arte. C’è sempre stata tanta gente, anche guardando alla scena rap, è dovuta andare a Milano per spaccare. Perché non succede già nella loro città d’origine? Perché non bucano la rete già da Cogoleto? Quella è la cosa che vorremmo fare, mantenere la genovesità dell’etichetta ma con un riconoscimento di qualità a livello nazionale. È il goal che Mattia ed io vorremmo fare.