BARILLA FIRMA IL NUOVO EPICENTRO DELL’INNOVAZIONE ALIMENTARE IN ITALIA
Dovessimo cercare un paio di aggettivi per descrivere l’impresa italiana, anche quella agroalimentare, forse sceglieremmo: cauta e sottodimensionata. Capitali tenuti spesso immobili e poca capacità di fare ricerca e sviluppo come si deve. Non sempre però.
14000 metri quadrati sono l’area occupata da due campi da calcio ma è anche la superficie di BITE (Barilla Innovation & Technology Experience), il nuovo nucleo creativo di Barilla costruito a Parma, in mezzo al polo industriale di Barilla. Un’ecosistema fisico dove la ricerca si contamina con competenze e nuovi linguaggi.
BITE rappresenta uno dei più ambiziosi progetti di sviluppo aziendale nel settore food, non solo sul panorama nazionale. Alla base del disegno sta il rifiuto di considerare il cibo come semplice output industriale. Il cibo è un fenomeno culturale e come tale va studiato e messo in discussione. Il cibo è simbolo, individuo, collettività e molto ancora.
Barilla costruisce così una casa dove riunire assieme designer, accademici, esperti del gusto e ingegneri con l’obiettivo di rompere schemi di consumo consolidati e crede nuovi trend attraverso il dialogo multidisciplinare e l’integrazione con l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie.
I numeri sono brutali: 13800 mq, oltre 20 milioni di euro di investimento e almeno 200 professionisti coinvolti all’interno di BITE. Un laboratorio concettuale, un osservatorio sociale e un’officina di prototipi.
Non è un caso che tutto questo avvenga a Parma. La città è oggi uno dei cuori pulsanti della cultura gastronomica italiana; un hub dove industria, università e filiere convivono rafforzandosi a vicenda. L’ecosistema food intorno alla città è unico e composto da aziende storiche, grandi consorzi, istituti di ricerca, startup, sapere artigiano e importanti infrastrutture. In un contesto del genere la sperimentazione smette di essere un rischio per diventare una virtuosa necessità.
BITE diventa il catalizzatore dove assorbire, reinterpretare e rilanciare quello che il territorio è già capace di esprimere.
Osservare e comprendere un progetto del genere non è importante solo ai fini della cronaca. Il fatto nel merito, seppur anomalo rispetto alla realtà nazionale visti i numeri dell’operazione, non va confuso con l’aspetto di reale rottura che l’operazione porta con sé.
La vera anomalia sta nella visione alla base dell’iniziativa: Barilla sceglie di assicurare il suo futuro attraverso l’integrazione delle competenze e il pluralismo dei punti di vista, una strada questa che negli ultimi decenni ha visto troppo poco seguito nel nostro paese. Chissà che altri attori del comparto non seguiranno questo percorso nei prossimi anni.